Il cammino di Santiago

Il cammino di Santiago: vi racconto i miei chilometri verso il cambiamento

Il cammino di Santiago, vi racconto i miei chilometri verso il cambiamento, dal quale non si torna indietro. Nulla sarà più come prima

 

Il cammino di Santiago, un viaggio alla scoperta di un altro io, di una dimensione diversa, alla ricerca di verità da condividere solo con noi stessi. Tanti chilometri percorsi in un arco di tempo che prima ci ha spaventato, poi ci ha emozionato, poi ci ha stancato e alla fine ci ha cambiato. Ho percorso 113 km a piedi lungo il percorso spagnolo che in realtà parte dalla Francia e che si estende per circa 840 km. 113 a piedi più quelli di viaggio per arrivare da Madrid a Ponferrada in auto e poi da Ponferrada a Sarria in autobus. La compagnia di due amici ha reso sicuramente tutto più facile, nel 2013 non ero così avvezzo ai viaggi in solitaria, oggi non saprei, probabilmente è ancora così. Un viaggio così intenso ha sempre un inizio, un principio, nasce da un desiderio, da un’idea ma si sviluppa grazie ad un’occasione, almeno per me è stato così.

UN INCROCIO DI DESIDERI

Fu nell’estate del 2013 che parlando con un amico davanti ad una birra mi disse che aveva il desiderio di mettersi in cammino, mi parve subito l’occasione della vita, quella da prendere al volo, in quell’istante o mai più. Prova a pensare a quante occasioni hai perso perché ci hai pensato un secondo di troppo. Quella birra di una tarda serata di giugno disegnava nell’aria uno scenario che sapeva di sogno realizzato: da tempo desideravo intraprendere questo viaggio ma, come già detto, quando ci pensi troppo, difficilmente arrivi alla meta. Quella era l’occasione giusta. Gli chiesi se avesse avuto piacere che mi aggregassi a lui, la risposta fu immediata e da lì a breve cominciammo ad organizzare il viaggio. Il sogno diventava realtà. Uscendo da quel locale era come se fossi già in un’altra dimensione, benchè fossero ancora soltanto idee, sentivo che questa volta sarebbe stata quella buona. È difficile da spiegare, forse impossibile.

IL VOLO PER MADRID

Quando organizzi un viaggio del genere non ti preoccupi di prenotare gli alberghi, solitamente si alloggia nel primo ostello che trovi durante il percorso se sei stanco, oppure fissi un obiettivo di viaggio secondo la mappa della zona. L’unica cosa da prenotare era il volo per Madrid, da lì in poi sarebbe stato tutto ufficiale. Espletata la formalità (che comunque rimane nella memoria) Non restava altro che fare il punto della situazione, due le preoccupazioni principali: occorrente per il viaggio ed un sano allenamento mente, corpo e spirito che avrebbe portato quanto meno ad avvicinarsi ad una sorta di abitudine alla fatica. Fortunatamente sono sempre stato uno sportivo, l’allenamento non mi preoccupava, infatti i problemi riscontrati sulla strada sarebbero poi risultati di tutt’altra natura. Un giro veloce per negozi a far mambassa di tutto ciò che potesse servire e poi giù a progettare il piano d’allenamento. Dagli 8 ai 10 km al giorno di cammino, poco? Niente! Non bastano, nemmeno allenandosi sui dislivelli.

LA PARTENZA PERFETTA

Il nostro volo partiva alle 7 del mattino da Malpensa, il 30 settembre del 2013, io arrivai in aeroporto alla 5 (alla Fantozzi in stazione), sperando nella puntualità dei miei due compagni di viaggio (eravamo in tre alla fine). Devo dire che aspettai qualche minuto di troppo ma iniziai a preoccuparmi solo quando l’orologio si avvicinava alle 6 e la fila al gate aumentava in maniera esponenziale. Quando li vidi arrivare avrei voluto essere contento ma in quel momento la preoccupazione iniziava a prendere il sopravvento. Ci guardammo in faccia, il rischio di perdere l’aereo si fece vivo e dissolto in fumo nello stesso attimo in cui uno dei miei due amici saltò la fila con un colpo di maestria per la quale servirebbe una faccia di bronzo sempre tirata a lucido. Era fatta, eravamo sull’aereo. Madrid ci attendeva così come un sacco di altre cose assolutamente misteriose.

CHE SPETTACOLO MADRID

Arrivati a Madrid noleggiammo un auto per recarci a Ponferrada ma prima girammo la città da veri e propri turisti a caccia di ogni minimo particolare. Non so so dire perchè, o forse si, ma l’unico pensiero fisso che viaggiava in testa tra le strade di quel luogo così affascinante era lo stadio Bernabeu e Cristiano Ronaldo che però non aveva ancora vinto la Champions con i Blancos, la vinse nel 2014 con Ancelotti in panchina. Quell’anno l’aveva alzata il Bayern Monaco dei record ma la Germania in quel momento era molto lontana. Un po’ spaesato ed un po’ orgoglioso mi rifugiai nella speranza di scaricare un po’ di quella tensione che si accumula ogni volta che sei in un posto nuovo, lontano da casa. Intanto i pensieri iniziavano ad accumularsi, tra una battuta ed una scoperta, tra una risata ed un rifugio, per un panino al Pata Negra, buono ma troppo veloce. Si parte per Ponferrada.

500 KM DI PENSIERI

La lunga strada che collega Madrid a Ponferrada non è una strada normale, lo è se la percorri per motivi di natura differente da quelli del “caminante”, se invece ti stai preparando a metterti in cammino, preparati anche a sentire ogni metro di quella strada come una lama di pensieri e paure che ti sfreccia a fianco alla stessa velocità della tua auto, diretta verso la provincia di Leòn. Quel pomeriggio, seduto sul sedile posteriore dell’auto mi sembrava di stare in un videogioco, come quando scopri una stanza nuova e la porta dalla quale sei entrato si illumina e parte una musica, un Jingle da applauso. Tutto era nuovo, sembrava quasi di vedere all’orizzonte l’oceano Atlantico e le sue onde, tanto era la suggestione e il desiderio di arrivare a quella meta.

CRUZ DEL HIERRO

Arriviamo alle porte di Ponferrada ma prima decidiamo di fermarci a Cruz de Hierro, una tappa obbligata per il caminante, di solito ci si arriva a piedi, noi la raggiungiamo in auto ma non ditelo a nessuno. Cruz de Hierro è un posto molto particolare, non per tutti, probabilmente solo per quelle persone che hanno dentro tanta sofferenza e hanno bisogno di raccogliersi in preghiera. Un luogo storico, sacro per ciò che rappresenta e per ciò che può dare a livello spirituale. La croce eletta su un palo alto circa cinque metri, guarda tutti dall’alto, anche chi non riesce a comprendere la forza mistica di quel luogo. Devo dire che di primo acchito rimasi più colpito dall’enorme sofferenza dipinta su sui sassi e sui biglietti di carta scritti a mano che dal significato spirituale di quella piccola collina. Iniziai così a leggere i biglietti sparsi tra le pietre accumulate ai piedi del palo. Oggi a distanza di sette anni, credo che quello che vidi non lo compresi a dovere, non provai nè pietà nè compassione, se dovessi tornarci oggi, molto probabilmente sarebbe diversa, ma non so dire cosa sia cambiato in tutto questo tempo.

PONFERRADA

L’arrivo nella cittadina di Ponferrada equivale un po’ ad una festa, avevamo viaggiato tutto il giorno, la sveglia era suonata con la sua solita puntualità, cinica e prevedibile, fregandosene della notte insonne. La macchina punta dritta verso il parcheggio di un ostello, inizio a fantasticare sul letto, sulla cena, prima di allora ero già stato in ostello, in Irlanda e in Svezia, con esperienze diametralmente opposte. So come funziona e spero soltanto in un posto pulito e poco affollato. Ci avviciniamo all’ingresso, si paga ad offerta, apro il portafoglio e tiro fuori 2 euro e 50, gli altri mi prendono in giro ma quando entriamo si rendono conto che avevo ragione: la camerata comprendeva 140 letti, così come il bagno in comune. Dopo quel trauma iniziale (che avevo già vissuto in Irlanda), usciamo a cena e finalmente scopro il menù del pellegrino: primo, secondo, dolce e caffè a 10 euro con porzioni in stile nonna del sud Italia. Mangiamo, con i brividi addosso dalla stanchezza ci trasciniamo fino al letto. In teoria quando uno è così stanco dovrebbe crollare subito ma non è così, quando si spegne la luce ci rendiamo conto di che cosa significhi dormire insieme a 140 persone: rutti, scoregge, colpi di tosse e qualcuno che urla nella propria incomprensibile lingua. Finita qui? Si se non fosse per il tubo del cesso che scarica sulle nostre teste per tutta la durata del buio.

SI PARTE PER SARRIA

La mattina dopo mi sveglio stranamente fresco, forse un po’ adrenalina. Un po’ per educazione e un po’ ironicamente chiedo agli altri come abbiano dormito: vengo fulminato da uno sguardo di fuoco e da un vaccagare che prenderei alla lettera se solo il cesso non fosse prenotato da trequarti del nord Europa. Inizio a capire che non sarà tanto semplice ma il periodo dell’anno è decisamente buono da quel punto di vista e me ne renderò conto in cammino. Prima tappa colazione, buona, il caro buon vecchio cornetto con un cappuccino soprannominato “Buongiorno Italia, quanto mi manchi”. Ma tant’è e allora si parte per Sarria, cittadina che darà il via al nostro cammino a piedi. Sarria è una cittadina piccola ma accogliente. Dopo esserci orientati, mangiamo un panino in un locale non distante dal punto di partenza. Usciti di lì ci addentriamo verso il bosco, verso il percorso che ci avvisa subito della distanza da lì a Santiago: 113 km. Si parte.

IL PRIMO TRATTO

A distanza di anni, credo che il tratto più difficile sia stato paradossalmente il primo. Forse per i dislivelli all’interno del bosco, forse per la nottata precedente a combattere con il tubo del cesso, forse perchè non avevo ancora il ritmo del caminante. La prima sosta si apre dopo boschi e strade di campagna molto suggestive, tutto ancora nuovo ma che ben presto diventerà la nostra scenografia per tanti e tanti km. Ci fermiamo, prendo un tè ed inizio a pensare a quanto possa mancare alla prima tappa, decisamente mi manca il ritmo. La cosa più bella che ricordo di quella sosta è il regalo fattomi da uno dei miei compagni di viaggio: la conchiglia del caminante. È grande poco meno di una mano e si mette al collo con un cordino, è un simbolo che ognuno deve avere per arrivare alla meta. Sono contento, mi sento parte del viaggio, quel regalo mi aiuta a recuperare tutte le energie necessarie. Ripartiamo.

AMICI FIN DA SUBITO

Quando ti metti in cammino, soprattutto durante i primi km, tutto appare come una scoperta, le strade, i luoghi, le persone presenti che riesci ad incontrare, tutto affascina esattamente come le cose nuove, quelle piacevoli osservate con grande ammirazione. Mi piaceva la campagna, è un tipo di paesaggio che mi ha sempre catturato particolarmente, non a caso sono un amante del Lazio e della Toscana, solo per citare due tra le più belle regioni d’Italia da questo punto di vista. A circa metà percorso della prima tappa incontriamo un gruppo numerosi di ragazzi spagnoli, allegri, festanti come noi, mi accorgo subito che non esistono barriere, parliamo e scherziamo come se ci conoscessimo da una vita, rendendomi conto che per parlare spagnolo, in fondo, basta mettere la S alla fine di ogni parola ( ma che rimanga tra noi). Al momento dell’incontro, loro erano avanti a noi, li superiamo e poi proseguiamo lasciandoceli dietro. Quando arriviamo all’ostello, loro arrivano subito dopo di noi e non c’è più posto, amici si ma i letti sono i nostri ahahah. Li ritroveremo per tutta la durata del viaggio con un finale sorprendente.

LA PRIMA VERA SOSTA

Arrivati all’ostello veniamo accolti in maniera dignitosa e molto gentile, gli ostelli lungo il cammino hanno costi ridotti per poter permettere a tutti di poter alloggiare senza svenarsi e poi perchè la sola cosa che ti concedono è un letto ed un tetto sulla testa, solitamente da condividere con altri sconosciuti. Quando arrivi viene apposto un timbro sulla credenziale che certifica la motivazione della tua sosta. La credenziale viene rilasciata dalla confraternita prima della partenza, Quella sera per noi si trattava del secondo ostello, eravamo già stati a Ponferrada e dunque vaccinati. Questo era molto più piccolo ma comunque accogliente. Nel momento in cui ci sediamo a cena inizio a comprendere il valore di quel momento, tanta era la stanchezza da trasformare quello che qua normalmente è routine da consumare anche in piedi in un momento fondamentale e di straordinaria bellezza, in pace con il mondo.

IN VIAGGIO VERSO MELIDE

La mattina seguente qualcuno si è bevuto l’acqua di uno di noi. L’acqua è un altro valore che da quelle parti assume un corpo ed una forma differente rispetto all’uso che ne facciamo qui. Durante il cammino è importante dosarla ma averla sempre dietro e non è neanche così facile reperirla in alcuni punti. Alla domanda fatta in italiano, lui risponde come se non capisse una parola, secondo me aveva capito benissimo. Ci mettiamo in marcia molto presto quel giorno, sarà una giornata lunghissima, 30 e passa km di cammino verso questa cittadina che a noi appare un po’ fantasma, alle luci del tramonto. Trafitti da una contrattura e da un male osseo ad un piede ci addentriamo trascinandoci fino a trovare incredibilmente in un posto più grande del solito, un piccolo albergo che ci propone una stanza solo per noi tre, con bagno in camera a 12 euro a testa. Ricordo ancora quel momento di festa, pari soltanto alla meravigliosa cena della serata, probabilmente la più intensa. Eravamo quasi a metà strada ma la stanchezza accumulata iniziava a farsi sentire.

UN RIFUGIO TUTTO PER NOI

La tappa successiva ci accompagna in un’altra località sperduta tra le campagne galiziane, un ostello, piccolo, molto pulito e soprattutto ben servito. A metà del percorso basta poco a farti felice ma devo dire che in quel piccolissimo angolo di mondo ho apprezzato lo spazio per mangiare, la lavatrice per poter ripartire da zero e poi la stanza incredibilmente tutta per noi. Se volete intraprendere il cammino, ottobre è un periodo decisamente buono: il caldo assassino è passato, il clima è mite e non c’è l’affollamento estivo da gara all’ultimo letto. Il clima è decisamente più rilassato, come quella sera, in tre in una stanza da da sette, piccola, molto piccola ma graziosa.

UN INCONTRO PARTICOLARE

Il giorno seguente ci incamminiamo un po’ più riposati, quello precedente avevamo camminato decisamente meno e fatto tutto con più calma. Ci mettiamo in marcia, la strada è ancora lunga ma non penso alla meta, non penso a Santiago, penso solo a quello che vedo e soprattutto a dove metto i piedi, i sentieri sono scoscesi e pieni di insidie, basta poco a farsi male, a prendere una storta, il che vorrebbe dire chiudere definitivamente ed arrivare a Santiago in autobus: fallimento. Bisogna stare attenti e soprattutto ascoltare il proprio corpo. Ad un certo momento in fase di ascolto, inizio ad avvertire un dolore alla spalla destra, sempre più fitto e profondo, devo fermarmi. Senza pensarci mi fanno notare che potrebbe essere il sacco a pelo legato sul lato destro dello zaino e non sopra, il che sposta tutto il peso a destra facendomi fare uno sforzo doppio. Risolto il problema scompare anche il dolore e siamo quasi a destinazione. come raccontato in precedenza, sul cammino è facile fare amicizia, la gente lascia a casa paure e pregiudizi, aprendosi al prossimo. E così incontriamo Joanne, una ragazza francese che subito si unisce a noi.

FIDARSI IN CAMMINO

È venerdì, siamo stanchi, abbiamo tanti chilometri nelle gambe ma l’incontro con Joanne spezza un po’ equilibri e monotonia. È una ragazza francese che incontriamo lungo il cammino e si unisce a noi perfetti sconosciuti. Io non parlo una parola di francese ma tra di noi c’è qualcuno che se la cava, così diventa più facile comunicare. Arriviamo all’ostello che è quasi il tramonto, il sole è basso e abbiamo fatto tanta strada tra le campagne. Decidiamo di fermarci e di chiedere ospitalità. Il posto non è molto economico, decidiamo allora di proseguire per quello successivo che pare essere distante solo 2 km, in realtà i chilometri sono 5, vale a dire un’altra ora e passa di cammino, considerata la stanchezza. Finalmente arriviamo all’ostello che ci permetterà di riposarci, mangiare e dormire. Prendiamo la stanza, Joanne rimane con noi sia a cena che durante la notte, si fida, ancora oggi mi stupisce questa cosa, ovvero che si sia fidata di dormire con tre sconosciuti, qualcuno dice che sul Cammino si può perchè lì le cose brutte non succedono, voglio crederci. La cena è ottima, dormiamo. La mattina dopo ripartiamo, facciamo un pezzo di strada insieme, poi di fermarci mentre lei decide di proseguire e così ci salutiamo.

MENO UNO A SANTIAGO

Manca un giorno a Santiago. È sabato 5 ottobre, abbiamo camminato tutta la settimana, salutato Joanne che ha proseguito da sola ed ora ci arrestiamo nel primo pomeriggio di questo sabato assolato, in una località affascinante, ricca di verde, c’è anche un ruscello, oltre al silenzio che fa pensare a Santiago, alla meta. Molti dicono che il viaggio sia più importante della destinazione, credo sia una cosa soggettiva, il fatto è che quando ci sei quasi, non vedi l’ora di arrivare ma una volta arrivato ricominci a pensare al viaggio. L’ostello della vigilia è particolarmente accogliente, anche qui camera da tre, cena perfetta ed un dopocena tranquillo, con mezza giornata in meno di cammino.

DOMENICA 6 OTTOBRE

Finalmente ci siamo, oggi arriviamo a Santiago de Compostela, l’obiettivo è quasi raggiunto ma manca ancora un po’ di strada. Ci mettiamo in marcia alle prime luci dell’alba, prima di arrivare in città dobbiamo fare anche un’altra cosa: il saluto al sole. Non sono molto esperto di questa pratica e la cosa mi incuriosisce, ci avviciniamo alla collina di Monte Do Gozo, a pochi chilometri da Santiago. Il sole c’è ma c’è anche una leggera foschia che rende il tutto ancora più affascinante. Saliamo sulla collina dove c’è un monumento, la cui recentissima storia narra che Giovanni Paolo II abbia incontrato una folla di giovani proprio lì nel 1989, da lì l’erezione del monumento. Scendiamo dalla collina e ci rimettiamo in cammino, sarà l’ultima sosta prima dell’arrivo in città. Ogni passo ormai rappresenta cm in meno e quando sai che stai per arrivare, le gambe improvvisamente diventano più dure, ogni movimento più faticoso, anche se si tratta ormai solo di pochissimi km. Finalmente in lontananza vediamo un cartello.

MISSIONE COMPIUTA

Questo cartello si fa sempre più grande ma mano che ci si avvicina, non riesco ancora a capire che cosa ci sia scritto ma lo posso immaginare: c’è scritto Santiago. Non è così semplice scorgerlo perchè sul cartello ci sono migliaia di firme di persone che hanno raggiunto la meta e fermato il tempo con un pennarello indelebile come i ricordi. Ci fermiamo facciamo le foto, è incredibile, ce l’abbiamo fatta. Ciò che un tempo sembrava pura fantasia è finalmente realtà. Detto così potrebbe sembrare strano ed un po’ esagerato ma non è così: arrivare a quel cartello vuol dire essere stati attenti e fortunati. Molti non ci arrivano, qualcuno si è dovuto fermare per problemi fisici, di stomaco, di virus, altri invece sono morti colpiti da infarto. Insomma essere lì vuol dire che tutto è andato bene e che abbiamo affrontato il cammino con molta intelligenza. Ora non resta che superare quel cartello ed entrare in città.

SANTIAGO DE COMPOSTELA

Per arrivare in città dobbiamo camminare ancora un po’. Nella nostra immaginazione si profila la cattedrale in tutto il suo fascino ma anche in tutto il suo dramma, dato al tempo erano passati solo tre mesi dal disastro ferroviario che portò alla morte 80 persone ed una marea di fiori proprio sulla cancellata esterna della stessa. I fiori non c’erano più ma in compenso all’interno tantissima gente da tutte le parti del mondo. Entrando penso che il mondo si sia dato appuntamento proprio quel giorno, a quell’ora. Da una parte è affascinante, dall’altra diventa caotico e impossibile seguire la messa, cercando di capire le parole che arrivano in lingue differenti, da una parte all’altra dell’edificio. Decido di uscire e di andare a ritirare il certificato che rilasciano al momento della consegna della credenziale timbrata, della quale parlavo in precedenza. Ritirare quel documento è un orgoglio, ora non resta che far scorrere la giornata da pellegrini in relax.

INCREDIBILMENTE CI RITROVIAMO

Sopra vi avevo parlato dei ragazzi spagnoli incontrati in cammino subito dopo la partenza. La strada percorsa è la stessa quindi capita più volte di ritrovarsi, sorpassandosi e salutandosi. La sera di Santiago, dopo aver cenato ancora nel migliore dei modi, passeggiamo per le vie del centro e ad un certo punto incontriamo nuovamente quei ragazzi che come noi hanno raggiunto l’obiettivo. Il saluto questa volta non è normale come sulla strada: ci abbracciamo contenti come se ci conoscessimo da sempre. Non ci sono muri, non c’è inibizione, solo la voglia di gioire insieme per essere arrivati e per essersi ritrovati. Credo sia un po’ questo il senso del nostro viaggio. Cala la notte, il giorno dopo si torna a Milano ma prima c’è l’ultima tappa, quella che resterà per sempre impressa ovunque.

QUALCOSA DI INDIMENTICABILE

La mattina seguente c’è in programma l’ultima tappa, la proposta è interessante quanto faticosa: Muxia in autobus. Non c’è più tempo ovviamente per raggiungere a piedi la costa ovest della Spagna che dista circa 80 km da Compostela. Sono indeciso, il viaggio sarà impegnativo dato che poi dobbiamo riprendere l’aereo e tornare a Milano. Consapevole che sarà una giornata tosta, accetto. In realtà le possibilità sono due: Muxia o Finisterre. Scegliamo Muxia che è più vicino. Partiamo in due alla volta dell’ultima tappa, la più misteriosa, quella che dopo essere tornato non smetti più di ringraziare te stesso per aver accettato quella proposta. Muxia è un piccolo centro di circa 6000 abitanti che si affaccia sull’Oceano Atlantico, abitato prevalentemente da pescatori. Arrivati con l’autobus scendiamo finalmente e ci incamminiamo verso la costa, dove l’oceano si apre in tutta la sua maestosità. È una giornata di sole, non c’è vento ed i clima è mite e gradevole. Inconsapevoli di ciò che ci aspetta, percorriamo circa 500 metri prima di arrivare alla scogliera della cattedrale di Nosa Señora da Barca e la Pedra de Abalar (che andrà a fuoco colpita da un fulmine a Natale, esattamente due mesi dopo).

LA POTENZA INCONTRASTA DELLA NATURA COME MERAVIGLIA ASSOLUTA DEL MONDO

Man mano che camminiamo rivivo la stessa sensazione che avevo avuto in macchina da Madrid a Ponferrada: dal sedile posteriore mi sembrava di vedere le increspature delle onde in lontananza all’orizzonete. In realtà erano solo nuvole ma questa volta è diverso: sono vere onde che si alzano a centinaia di metri dalla costa per infrangersi sugli scogli con una potenza tale da inchiodare per ore gli spettatori sugli scogli adiacenti. Quando arriviamo non posso credere a ciò che vedo, l’Oceano Atlantico si estende davanti a noi con onde così alte e potenti che io personalmente non avevo mai visto prima. Lo stupore mi blocca, mi guardo intorno cercando una posizione per godermi quello spettacolo incredibile. Il tempo si ferma, la natura fa il resto, non c’è biglietto da pagare, c’è solo da ascoltare la voce dell’Oceano, comanda lui, è più forte, più grande, più tutto: niente può l’essere umano di fronte a tanta maestosità.

UN GESTO STUPIDO E PERICOLOSO CHE SAREBBE POTUTO COSTARE CARO

A volte, anche quando sembra impossibile, è veramente facile mettersi nei guai. Seduto su uno scoglio in solitudine, decido di alzarmi per fare qualche foto più vicino all’acqua. Gli scogli dove mi trovo io sono asciutti ma man mano che si scende si fanno sempre più umidi e bagnati, con una pendenza sempre più ripida a piombo verso l’acqua. Scivolo, volo all’indietro di schiena cercando di salvare telefono e conchiglia del cammino. Fortunatamente non rompo niente ma rimango sospeso sui sassi mentre lentamente scendo, urlando aiuto per far si che qualcuno mi ascolti, niente da fare. In qualche modo riesco a mantenere la calma e a trovare un punto d’attrito dove puntare i piedi e spingermi per risalire. Ci riesco, lentamente torno su, spaventato ma contento per non essere finito in acqua, me la sono vista brutta ma il peggio è passato.

UNA BELLA SORPRESA E POI I SALUTI

Prima di ripartire c’è tempo ancora per una bella sorpresa, mentre sono seduto sugli scogli ringraziando l’Oceano per avermi risparmiato, si avvicina una ragazza: è Joanne, ci ritroviamo così casualmente su quella scogliera leggendaria. Come era stato per i ragazzi spagnoli ritrovati a Santiago, anche in questo caso il cerchio si chiude perfettamente con questo incontro inaspettato. Dopo pranzo, rigorosamente a base di pesce, riprendiamo il bus fino a Santiago, poi la destinazione si sposta all’aeroporto della città, con il volo che ci riporterà a Bergamo Orio al Serio. Sembra quasi banale sottolineare la miriade di pensieri che attraversano mente ed anima durante quelle due ore di volo fino a casa. In una settimana sono successe tante di quelle cose che qualcuno non vivrebbe nemmeno in una vita intera. Ma non c’è tempo per metabolizzare tutto, sto scrivendo un testo teatrale e lo devo finire e consegnare: Anime al diavolo. Concentrarsi su qualcosa di diverso in quei giorni diventa quasi impossibile ma tant’è, la vita deve riprendere, pronta a regalare altre avventure, simili ma diverse.

COME SI TORNA DA SANTIAGO

Ovviamente per ragioni di tempo e spazio,  ho preferito raccontare solo i punti essenziali di questo viaggio incredibile, per descrivere tutto nel dettaglio ci vorrebbe un libro e non è escluso che arrivi prima che la memoria si deteriori ulteriormente. Dal cammino di Santiago si torna diversi, lo dico senza retorica alcuna, ci sono dei momenti lungo la strada in cui rimpiangi un bicchiere d’acqua, un pranzo come si deve o più semplicemente un letto in una camera singola. La sensazione che si prova nei momenti di pausa è a dir poco incredibile, il piatto ed il bicchiere diventano tutto il tuo mondo, quel mondo che nella quotidianità snobbi velocemente come fosse la cosa più scontata del mondo. Ricordo con estremo piacere la cena di Melide, quella sera ero sfinito, ricordo che mangiai con un piacere che non scorderò più. Un’altra sensazione pazzesca è quella del ritorno, andresti a piedi ovunque, i km ovviamente non ti spaventano più, hai acquisito un ritmo che ti aiuta a capire quanto pigra e lenta sia diventata la nostra società. Buen camino!

 

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